La Terra è così, potente ma mortale, proprio come le nostre madri. Eppure noi uomini continuiamo a trattarla (Durban insegna) come fosse mortale.
Con la chiusura della 17° conferenza mondiale sul clima a Durban, in Sudafrica, abbiamo potuto constatare, ancora una volta, che non c'è stata da parte dei vertici degli Stati sovrani una consensuale decisione a riconoscere l'attuale modalità di rapporto che gli uomini, nella loro totalità, hanno con il proprio pianeta.
Sembra proprio che essi continuino a simbolizzare inconsciamente la Terra come una madre onnipotente e immortale, capace di nutrire all'infinito miliardi di figli e di assorbirne e metabolizzarne le deiezioni, biologiche ed industriali, senza esserne irreparabilmente danneggiata.
Uomini figli e, al contempo, fratelli rivali, nella competizione fratricida per l'accaparramento delle risorse vitali del suo grembo (petrolio, energia geotermica e minerali).
Come uscire da questo sogno/incubo collettivo?
Proviamo a immaginare di dover ancora compiere il nostro processo di crescita personale e quindi di socializzazione.
Possiamo immaginare di vivere con i compagni (da cum panis, stesso pane) di qualsiasi razza e religione, accettando le mortificazioni che incontriamo nella vita, senza esportarne la pena nei vicini di casa o di confini nazionali?
Proviamo a pensare che la responsabilizzazione nei riguardi del nostro inconscio possa essere la via d'uscita dalla paralisi delle decisioni collettive e consensuali che devono essere assunte da uomini finalmente fratelli, perché uniti da uno stesso destino e "figli" di una stessa "madre".
Questa è la pietra miliare di un umanesimo futuro che porti ad una simbolizzazione differente dei rapporti tra gli uomini, e tra gli uomini e una Terra Madre che non è onnipotente, e quindi fragile, proprio come le nostre madri reali.